Milano - La città negata (nell'era del Coronavirus )
Testo del Professor Marco Eugenio Di Giandomenico
Foto di Max Martino
La città negata
Siamo nell'era della grande pandemia, in cui la natura riconquista i suoi spazi vituperati dall'essere umano accecato dal consumismo sfrenato del ventesimo secolo e dai new media del ventunesimo secolo.
Le città, ideate e costruite per soddisfare i bisogni primari, sociali e culturali dell'umanità, tornano ad essere materiali fisici assemblati, minerali, legno, metalli, etc., organizzati in strutture più o meno creative, dimenticando la funzione pubblica assegnatale, contenitori di organismi biologici pensanti, rinchiusi in meandri più o meno confortevoli.
Tra le tante spicca Milano, accogliente e seducente in re ipsa, come dice Stendhal, la quale da sempre non riesce ad essere leggera al cospetto delle grandi tragedie umane.
La più bombardata nella prima e seconda guerra mondiale, la più vessata dalla peste del 1630 e così via, andando per sua natura fino in fondo ad ogni avventura positiva o negativa che sia costretta a condividere o meno, una " Milano, che, quando piange, piange davvero" nelle parole del cantautore poeta Lucio Dalla.
Gli scatti del fotografo Massimo (Max) Martino documentano le piazze e le strade della capitale lombarda come non le abbiamo mai viste, deserte e affascinanti, recuperando una bellezza che la follia sociale metropolitana ha modificato per decenni, una bellezza quasi filtrata da un etere incontaminato, capace di riflessi luminosi inaspettati e inebrianti, quasi piombassimo in luoghi metafisici a mo' di Giorgio De Chirico.
La fotografia, l'arte "rivelata" circa duecento anni fa, diventa il ponte meraviglioso tra le nostre visioni oniriche e le nuove realtà urbane "irreali" dell'era del Coronavirus, dove tutto sembra oramai impossibile nell'incapacità dell'umanità di intercettare i magnifici segnali ancestrali che troppo spesso cadono nel vuoto.





































